Fernand Léger - Café Costume (part.)

Sistemo gli auricolari alle orecchie e avvio la musica. Oggi non ho voglia di fare altro.
La coppia che mi passa accanto sembra sbucata dal nulla e per un attimo mi sorprende. Lui ha passo d’antilope; lei, melliflua, porta con sé un’aura di regale erotismo. Accetto l’invito a seguirli con lo sguardo fino al limite della pineta, là dove l’insopportabile vastità di luce alla quale io resto condannato si ferma e la lussureggiante macchia promette loro frescura. Sono di schiena, entrambi seminudi, statue di Fidia, quando come Hänsel e Gretel si inoltrano nello Zauberwald in cui l’ombra finalmente li accoglie.

Da qui vedo ancora la sagoma di coltello dei loro corpi bronzei che l’inesausto frinire delle cicale presto annegherà insieme ai singulti, le apnee e i soffocanti gemiti dell’amplesso che ora, quasi nascosti dal cespuglioso anfratto, consumano senza attese.

Volgo altrove lo sguardo verecondo con il proposito di contemplare il solitario Umwelt del bagnasciuga e fingo di perdermi tra le spire melodiche della musica che intanto assolve con dignità il suo mesto compito. Inutilmente conto gli inchini della risacca ai miei piedi e le capriole ubriache dei ciottoli sbattuti dalla corrente marina. Ma la malinconica offerta di curiosità naturalistiche presto si esaurisce e il mio pensiero corre di nuovo all’imbroglio di membra dei due spavaldi amanti, al loro raggomitolarsi in pieghe di carne vivida e pulsante protetta da una sottile e invitante semioscurità.

Quanto sordido, illecito e peccaminoso desiderio evocano le pinete, i boschi, la fitta vegetazione che lambiscono le spiagge, penso allontanando da me un grumo di molesta rassegnazione senile. Poi i miei occhi curiosi, frugando tra i rovi, vanno di nuovo in cerca della manifestazione dionisiaca dell’amplesso. Ma nulla che sembri un uomo e niente che somigli a una donna vedono dalla mia postazione di inesperta e improvvisata sentinella: liquefatti, come sono i sogni al risveglio.

È soltanto allora, guardando a ripetizione tra gli opposti punti cardinali, che mi accorgo della divinità a seno nudo che, a pochi cubiti da me, si è affidata alla premura del suo piccolo e precario riparo. Immobile e perenne, colma di sguardi un infinito di acqua e di cielo che io, invece, non ho mai saputo neppure immaginare. Ma il caldo si fa insopportabile e il sole si accanisce su di me come una calunnia. Non ho più voglia di fantasticare altri idilli amorosi. Adesso mi rimane soltanto il tempo di raccogliere le mie poche cose, portare lontano da qui la mia pingue, sfatta nudità e dimenticare. Tutto, anche quello che i versi dell’antica aria che suona nelle mie orecchie, invece, m’induce a ricordare: Plasir d’amour ne dure qu’un moment / Chagrin d’amour dure toute la vie…

 

 

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