Gustave Courbet - Le dormeuses, 1866 (part.)

Assicurato alla pietra come un rapace notturno, approfitto dell'invitante ombra che un roccioso riparo mi offre. Dall'alto osservo il lugubre cimitero di sassi roventi le cui forme il mare ha ammorbidito con pazienza.
Di tanto in tanto, obbligati da un naturale istinto, alati insetti dei quali non conosco né il nome né la provenienza, tormentano il mio sereno ozio. Ma con un molle gesto della mano li invito a compiere altrove il loro molesto ufficio.

D'un tratto, una muliebre risata si sovrappone al canto ritmico della risacca e come stridulo suono di violino giunge ai miei orecchi malati. Appena nascoste da un grosso scoglio terraneo, due donne, scherzando tra loro, si offrono nude all'intemperanza estiva del sole. E si divertono, e ancora ridono con matura leggerezza quando i miei occhi pigri le vedono. Poi, con una grazia ormai perduta, una cosparge di cremoso latte la schiena già rubiconda dell'altra. Quanta antica bellezza in quel delicato gesto sororale denso di premura e di intimità. Un bacio sulla nuca, infine, suggella quell'unione e completa il tenue massaggio.

Ora è silenzio. Entrambe fissano mute le liquide pieghe delle onde che timidamente vengono ad aprirsi a riva, a pochi passi da loro. Poi, delle due, una si stende e sparisce; l'altra dopo un poco la segue. Il solido scoglio di nuovo le protegge e le occulta lasciandomi inaspettatamente solo e curioso di sapere altro delle loro vite.

Ma la fierezza cinica del mio intelletto mi costringe ad approfittarne per riaffilare uno dei miei vetusti ragionamenti. Tutto è inutile, il corpo non ne vuole sapere. L'afa inclemente ammorba e tradisce qualsiasi mio fiacco tentativo di far filosofia da uccello. E poi, adesso, anche l'ombra si sta ritirando, e nuovi pelosi insetti stanno facendo visita al mio solitario avamposto.

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