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Ci sono giorni in cui sono letterario.
Voglio dire che ogni cosa, qualsiasi coincidenza o occasione, fenomeno naturale o semplice manifestazione del caso che colpisce i miei sensi, diventa argomento letterario: l’abbaiare del cane della vicina, il canto disperato di una questuante, le setole del mio spazzolino da denti, mia moglie che stira…

Per ognuna di queste meraviglie sono capace di formulare pensieri degni di un Premio Pulitzer o di un Flaubert, per ciascuna di esse sono in grado di comporre incipit memorabili e solenni che farebbero impallidire anche il più esperto degli scrittori in ribalta, di oggi e del passato.

 

Ma questo dura un attimo, e con la stessa facilità con cui le mie asimmetriche e inaspettate evoluzioni della mente si manifestano, la catastrofe dell’oblio le inghiotte. Il tempo di sedermi, aprire il blocco degli appunti e pigramente scegliere con quale strumento scrivere, è infinitamente maggiore della caduca esistenza artistica dei miei pensieri.

 

Ecco perché, quando per una qualsiasi fatalità essi resistono alla dissoluzione e raggiungono il foglio, assomigliano al rutto, al graffio o allo sputo dell’aforisma. So di dover essere rapido e sicuro, conciso e risoluto, di dover vincere la gara di durata e resistenza che involontariamente si instaura tra me e loro. Ma spesso la levità del pensiero improvvisamente diventa solido tufo, l’impenetrabile superficie del granito, crosta tellurica, e ogni frase accoglie in sé il peso di un macigno che, come un rassegnato Sisifo, instancabilmente trascino riscrivendola decine di volte.

 

Fino al punto che il flusso si blocca, la gonfia arteria che alimentava la mia presunzione diventa una modesta vena e infine un sottile capillare dal quale non sgorga altro che qualche piccola e insignificante goccia di giallo siero. E malinconicamente l’innocua ferita nascondo sotto il rosa-carne di un cerotto.

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