Paul Rumsey - Baudelaire’s dream, 2010 (part.).jpg

Si è contenti, ecco tutto.
Crediamo di essere felici e invece quel ridicolo e sospetto stato di euforia è soltanto contentezza. E nella contentezza freghiamo il prossimo, molestiamo il vicino, ci scambiamo visite e cortesie, amiamo qualcuno, facciamo figli. Ma intanto la divina grazia del sentimento si sfinisce nella smorfia del riso, nel gesto scomposto o nella chiassosa allegria.

Chiamiamo contentezza quel vigile stato di incoscienza, il negato accesso a un superiore benessere, a una calma sincera lontana dagli affanni.

Così conteniamo le nostre miserabili aspirazioni nei limiti di una frastornante e grossolana esistenza.
E ci accontentiamo, ci accontentiamo… poiché non ci è dato d’essere felici.

La felicità è nell’immaginazione dei bambini, nei libri dei teologi, nelle estasi dei santi.
Ma noi, per il rispetto che le tributiamo e con buona educazione, per ora la chiamiamo arroganza.

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Persone in questa conversazione

  • Ospite - libercoriando

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    ... per un attimo sono stata "arrogante", ma sto ritornando alla "miserabile vita"...

  • Ospite - Alessandra Avena

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    È quindi lo stato perenne in cui versa *****...... per il resto concordo, contenta...;-)

  • Ospite - Renato

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    Qualche volta nella vita mi sono sentito felice con tutte le annesse "conseguenze". Ne è passato di tempo ... ora cerco solo un'autentica contentezza. Dopo aver letto quanto scrivi tutto mi è più chiaro. D'ora in avanti nel timore di essere arrogante me ne guarderò bene dall'essere felice. La contentezza mi è sufficiente nella consapevolezza che non sto fottendo nessuno. Forse è questa la felicità?

  • Forse è questa la felicità?

    E chi può dirlo. Io no ho ricette o risposte definitive. Vivo di alcune momentanee consapevolezze, di brevissimi sprazzi di lucidità e meraviglia che si spengono subito nel torpore di una (spesso) noiosa esistenza.

  • Ospite - Silvana

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    Siamo perplessi e soprattutto inermi, persone senza volto e senza capacità di vivere. Ci nascondiamo dietro pensieri che ci fanno precipitare in una profonda apatia, e quando ciò accade, vorrei gridoare: AGGRAPPIAMOCI ALLA VITA! a quella che nessuno ha chiesto di vivere, a quella che avremo paura di lasciare i quando arriverà la consapevolezza della sua fine, a quella che ci accontentiamo di portiare avanti con la falsa felicità che chiami contentezza.

  • Cara Silvana,
    non so quali porte(*) abbia aperto in te il mio breve articolo, ma spero siano quelle giuste.

    Un abbraccio.

    -----------------------------
    (*) Il riferimento è alla mail che mi hai inviato dopo aver commentato l'articolo e che mi piacerebbe pubblicare.

  • Ospite - Enzo

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    ......secondo me il problema è un'altro; per quanto tempo si può essere "veramente" felici ? E' vero in giro c'è molta, moltissima, come educatamente definivi, arroganza, ne ho vista tanta grazie al lavoro di intrattenitore che ho fatto per molti anni. Però, credo, che la felicità vera si possa provare ma dura poco, pochissimo, alcuni istanti e se sei fortunato qualche minuto durante tutta una vita, e non sono certo quei momenti tipici quali la nascita di un figli , il matrimonio, un contratto a tempo indeterminato ecc.. a fartela trovare ma una difficile combinazione di valori che di tua volontà non puoi articolare.

  • Se poni la domanda nei termini del quanto si può essere "veramente" felici, supponi che una felicità sia tuttavia possibile.
    Mi inchino, dunque, a quella tua articolata e difficile combinazione di valori, che - mi pare - tu consideri realizzabile.

    Un saluto e un abbraccio,
    Vincenzo LIGUORI

  • Ospite - Marco

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    Parafrasandoti, dirò che la felicità è l'attimo di estasi che ti dà il pensiero di aver fatto un piccolo, incerto e comunque ipotetico passo verso la comprensione del mondo, quel momento in cui nello stesso tempo immagini come un bambino, rifletti come un teologo e abbandoni te stesso come un santo.

  • Troppi attimi, troppi momenti, troppe riflessioni nello stesso rutilante tempo da teologo, santo e bambino.
    In altre parole, troppo complicato, troppo difficile per me.

    Grazie per essere passato da qui.

    Un saluto,
    Vincenzo LIGUORI