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Cara amica, ancora una volta, indifferente al mio diniego, richiamate la mia attenzione su uno di quegli interrogativi ai quali da tempo tentate di appassionarmi. Con insistenza, oggi mi domandate se sia mai possibile – e se sì, in che modo – amare i libri.

Mi rallegra che la vostra morbosa curiosità non si soffermi su un libro in particolare, poiché sarebbe da stolti considerarli singolarmente. Su questo punto, infatti, non possiamo che essere entrambi concordi con il Malte di Rilke, quando con quel pizzico di cattiva coscienza scriveva […] che non si ha il diritto di aprire un libro se non ci si impegna a leggerli tutti. (R. M. Rilke – I quaderni di Malte Laurids Brigge).

I libri, voi lo sapete, sono galassie vastissime, smisurati buchi neri dentro i quali lasciarsi risucchiare. Come inutili e fastidiosissimi insetti siamo nei confronti di questi ingombranti oggetti. Essi sono la viscosa pania alla quale le nostre delicate zampette da invertebrati rimangono inevitabilmente appiccicate. E così, a capo chino, ci lasciamo morire di fame e di sete prima di chiudere i nostri fottutissimi libri.

Neppure il solitario Montaigne tenne i libri in grande considerazione. Se si fruga tra i suoi Essais, si scopre che il vegliardo frequentò i libri comme honnête passe-temps. O come diremmo noi, per il dilettevole svago dell’onanista. Insomma neanche Montaigne amò i libri come intendete voi, madame. Oppure, se li amò, lo fece solo quel tanto che gli consentì di soddisfare i suoi onesti capricci. Per il resto, appena un libro gli veniva a noia, lo sostituiva con la stessa leggerezza con cui il dissoluto Don Giovanni passa da Donna Anna a Zerlina nell’opera di Mozart-Da Ponte.

Vedete, amica mia, io non ho mai amato i libri perché li ho sempre considerati troppo sfuggenti, estranei, distanti. E non c’è amore al mondo che si possa misurare in chilometri. Non amici sui quali poter contare, sono i libri, ma pericolosi rivali dai quali guardarsi le spalle. No, trattarli da amici o da conoscenti sarebbe stato prenderli alla lettera. E io non posso permetterlo né a me né a voi.

Tuttavia, come avrete intuito, qui il punto non è come amare i libri, quanto piuttosto se sia mai possibile amare o, addirittura, se sia mai possibile amare qualcuno diverso da se stesso.
Ma mi rendo conto che approfondire l’argomento ci porterebbe lontano.

Vi parlerei d’amore con un lembo di stoffa sul volto verecondo, à la Socrate, quando con il sole a picco sull’Ilisso, fabbricava concetti per il piacere dell’amico Fedro.

Perciò, per non cadere in deliziose tentazioni, vi voglio lasciare con il rassicurante viatico che Gide offre al suo giovane Nathaniel nei Nourritures terrestres. Accettatelo per quello che è, senza concedergli altro: E quando mi avrai letto, getta questo libro – e esci.” (A. Gide, Op. cit.)

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