Balthus - The golden days, 1944-46 (part.).jpg

Mi riconosco. Sì, mi riconosco persino nei frequenti spasmi addominali, nelle repentine contrazioni muscolari, nelle lancinanti mialgie.
Nei malinconici sospiri, nelle febbri effimere, nelle solitarie disperazioni e nelle frustranti veglie notturne, ritrovo una considerevole parte di me.

Null’altro mi appartiene se non questo ammirevole catalogo di angosce divenute il mio specchio fedele.

I sigari che aspiro avidamente  lasciano sbuffi di fumo sopra il mio capo che perde capelli ad ogni istante. Dall’alto essi osservano la meticolosa calvizie che modifica il mio aspetto. In questo volto che quotidianamente si trasforma, non mi rivedo, non sono io.

Non sono io nemmeno nelle mie scarpe lasciate sul pavimento, nei mie abiti gualciti sulla spalliera di una sedia, nel mio nome accanto all’indirizzo sull’elenco del telefono o sulla targhetta attaccata alla mia porta di casa.

Nossignore! Io aspetto ancora di ritrovarmi nell’altrove del prossimo dolore, del futuro disincanto e dell’inevitabile delusione a venire.

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