Philippe De Champaigne - Ex voto, 1662 (part.).jpg

Amica mia, vi rivolgete a me come a un confessore.
Mi lusingate chiamandomi a lenire il vostro dolore e ad allontanare da voi la smaniosa irrequietezza che da tempo vi fa sentire inferma e smarrita. Mi trattenete al vostro capezzale aspettando che io vi assolva da colpe che ritengo non abbiate.

Dov’è mai, ditemi, il peccato di aver dubitato dell’esistenza di Dio? Qual è il castigo che attendete per aver ritenuto perniciosa e superflua, almeno una volta nella vostra vita, la presenza di un tale Super-Ente?

Vi prego, non abbattetevi per queste inanità. Tiratevi su e alzatevi da quel letto. Uscite da questa stanza satura di mestizia e umori di morte. Smettetela di sentirvi colpevole come un giansenista o come se a Port-Royal foste di casa.

Credetemi amica mia, persino il malaticcio Pascal alla fine scommesse su Dio perché, spalle al muro, diversamente non seppe fare. Ma se questa strada non vi piace, allora fate come me. Trattate Dio come un oggetto, una cosa qualunque o, peggio ancora, come un fenomeno linguistico. L’esercizio di un puro ed estremo nominalismo, come quello che a suo tempo praticò il chierico Roscellino, non esclude nemmeno Dio.

Ecco, pronunciate il suo nome come fareste con qualsiasi altra cosa, esattamente come se nominaste questo vaso di fiori, quella panchina in fondo al viale o come se con autorità urlaste il nome del vostro cane.

Vedete amica mia, in questi suoni – il vaso, la panchina, il cane, Dio – le cose esistono o almeno si manifestano al nostro intelletto, ma soltanto post rem. Smettete di pronunciarli e in un attimo non ne sentirete più né il peso né ne avvertirete l’evidenza.

Tuttavia, sia chiaro almeno un principio, questo vale per ogni cosa quanto per me. Evitate di pensarmi e di chiamare il mio nome e di me, come il resto delle cose inutili, non sentirete più né la necessità né il bisogno.

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