r. caesar - queen on flies 2003Il tatuaggio attraversa secoli e valica confini. Dalle comunità tribali passa alle società industrializzate senza tappe intermedie. La carne del corpo occidentale lo trova al suo posto e, senza sforzo, vi aderisce perfettamente. Due mondi s’incontrano ma nessuno di essi sa chi è l’altro. 
Al suo esordio il tatuaggio parlava di un corpo che giaceva in un misterioso silenzio. Null’altro era voce se non quel graffito inciso sulla pelle. Di un corpo muto, insomma, il tatuaggio era parola. Del lupo di mare raccontava le avventure, del reietto la disperazione, della prostituta dichiarava l’indissolubile appartenenza ad un lenone. Il marchio a fuoco che lo schiavo si portava addosso come una croce, non era la sgargiante lettera scarlatta che Hawthorne fece indossare con vergogna alla sventurata protagonista del suo romanzo. L’odore nauseabondo di carne bruciata e le disperate urla del segnato risvegliavano un corpo sopraffatto dalla fatica e dalla rassegnazione. Lo sciagurato ne usciva in lacrime ma il suo corpo, almeno, aveva avuto il suo alfabeto. Anche a Caino fu imposto uno di questi vistosi segni di cui, però, la storia altro non svela. Noto è, invece, che gli salvò la vita, e questo può bastare.
Il corpo parla quando la voce non ha più fiato. La cicatrice, il cheloide, il foro, sono il sillabario di un corpo che si prende la rivincita sulla parola. La cute scarificata è la pergamena vivente che si presta ad accogliere i resti di una contemporaneità allucinata e sconvolta dalla ridondanza dei segni.
Nelle nostre affollate metropoli, un lessico di curiosi arabeschi, di variopinti bestiari, spunta urlando il suo slang da brache flosce e scollate magliettine. Il corpo ammutolito e sepolto dalla prepotenza di una moda di gadgets e abiti griffati, infine, chiassosamente si manifesta. Il tatuaggio insomma restituisce al corpo ciò che la moda a lungo gli ha sottratto. Scoprendo una caviglia, un’anca, un braccio, il tatuaggio rivela una carne pulsante e bramosa di dire la sua.
Il corpo, finalmente fatto a propria immagine e somiglianza, si affranca ormai dalla secolare egemonia dell’anima. Le quotidiane orazioni, oggi, ridotte ad un inutile chiacchiericcio, non hanno più senso. Il corpo umiliato e afflitto dalla mistica occidentale o dalla lirica amorosa dei santi «(…) es cadàver, es polvo, es sombra, es nada», come una convincente anafora di Juana Inès de la Cruz sinteticamente lo definisce. Ma nella nostra epoca, anche il corpo è salvo e non ha più niente da espiare, nulla, nada da farsi perdonare. In un’orgia di inchiostri, anelli e bruciature, ha trovato finalmente la sua indelebile liturgia e un inconfondibile, perpetuo catechismo.

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