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I libri che non potevo permettermi di comprare, li andavo a leggere direttamente in libreria.
In piedi, così è avvenuto il mio addestramento letterario fatto di resistenza di caviglie, plantari comodi e rinforzo di polpacci. Il tempo che impiegava a stancarmi, ad addormentarmi le dita dei piedi o ad appesantirmi la cervice, è stato a lungo il metodo per misurare il valore di un libro e il mio interesse nei suoi confronti.

Al massimo mi appoggiavo ad una colonna, ad un pilastro, ad una scaffalatura resistente (comodità che raramente mi erano concesse) ma di solito non avevo bisogno di nessun altro sostegno. Come il penitente all’altare, ho trascorso ore a capo chino portando il segno con gli occhi e alternando una mano all’altra nella presa del libro.

Le mie braccia sono state il mio leggio. Così ho ingoiato l’ostia consacrata delle pagine in comunione con un testo e il suo autore. In quella posizione non mi concedevo molte distrazioni e anche i librai – che ormai mi conoscevano – cercavano il più possibile di non darmi fastidio lavorandomi intorno.

Quando non riuscivo a finire un libro, ritornavo un altro giorno. Un solco invisibile tracciato con l’unghia a margine di una pagina era il mio personale segnalibro, il mio sbiadito e riverente graffito in filigrana. L’ho usato anche molto tempo dopo, come metafora di confine tra il letto e il non-letto, tra quello che è stato e quello che sarà.

Leggere in piedi non è esattamente come farlo a casa o in biblioteca, comodamente seduti. Chi legge in questa posizione non può permettersi trastulli, digressioni o pedanterie. Chi legge di calcagno apprende per aforismi.

Sapere  di non poter aprire completamente un libro per non rovinarne la costa, è  stata un’altra mia palestra. Essa mi ha insegnato ad avere rispetto  anche per la fatica del tipografo e del suo rullo d’inchiostro. Questo  rispetto lo conservo ancora oggi quando proteggo le copertine dei miei  libri con carta di giornale o quando al solco d’unghia ho sostituito precise sottolineature di matita con righello.

Un’abitudine che non ho  mai avuto è quella di leggere a letto. Non ho mai aperto un libro  tenendo la testa sul cuscino. Già soltanto una poltrona mi distrae. Temo  la sua accoglienza, il suo offrirsi al riposo. Un libro non si giudica  col comodo consenso delle natiche.

Oggi che posso  permettermi di comprare i libri, non vado più a leggerli in libreria. Ho  sospeso da tempo questa pratica di necessità. In altre parole, ho  smesso di leggere gratis.

In ampi scaffali ho raccolto con ordine  i libri che smodatamente continuo a comprare (spesso non avendo il tempo di leggerli) e sono orgoglioso della mia modesta ma fornita biblioteca.

Tuttavia perfino in questo momento, mentre scrivo e ho le gambe completamente allungate sotto il tavolo, non trascuro l’occasione di valutare ciò che ho scritto, di pesarne la consistenza in netto, tara e lordo, rileggendo in piedi i miei allineati scarabocchi in morbide e comode scarpe da stanza.

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