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Cara amica,
non senza preoccupazioni e ansia - così leggo dalla vostra lettera -, mi annunciate l'imminente parto che coronerà il vostro desiderio di avere un figlio.

Poiché conoscete la fragilità della mia natura, immaginerete anche quanto una tale notizia abbia indebolito le mie corde già lente. La vostra ansia è diventata la mia, le vostre paure i miei incubi.

Nascere è umiliante. Umiliante come il non-ricordo che lo accompagna, come il sacrificio del tempo che si consuma nella nostra carne o la nudità con cui si appare per la prima volta. Nascere al mondo è il nostro triste primato, quell'inconveniente (così lo chiama Cioran) che condividiamo soltanto con gli animali. Ma almeno essi non ne sono orgogliosi.

Un fiore sboccia, il sole sorge, un fiocco di neve cade, un filo d'erba spunta... Come constatate, null'altro in natura, se non l'uomo, perpetua la fastidiosa preoccupazione di nascere.

Cara amica, so di non esservi di conforto ma poiché una volta amavate disputare con me l'imbarazzante tema dell'esistenza, non vi sembrerà nuovo il mio disinteresse per l'uomo, il disprezzo sfrenato che ho per i suoi affarucci e il suo perenne affannarsi dai quali - voi lo sapete - cerco di tenermi scrupolosamente alla larga.

Ed è con questo spirito che da sempre osservo quelle vistose insegne colorate appese agli usci dei palazzi o agli stipiti delle porte in cui una puerpera ha messo al mondo un figlio. Il loro significato mi investe con la forza di una minaccia e all'improvviso le sento urlare a squarciagola: «Andate via! State lontani! Qui è nato un uomo!»

Amica mia, probabilmente un giorno il tempo vi darà ragione. Ma a quel tempo io non sarò che un filo d'erba, un fiore, un fiocco di neve...

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