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Colmi di parole sono gli amplessi degli amanti. Chi è muto nell’accoppiamento è sordo anche al desiderio.

Il piccante frasario di cui il sesso fa sfoggio, ristora i corpi sfiancati dallo sforzo che il coito gli impone. Non c’è avanzo o gioia superflua in quell’affanno che si fa parola.

Il gomitolo di membra che si annoda tra le lenzuola o nella penombra di provvisori anfratti, dà senso a ciò che le voci bramose si sussurrano. Allegorie, enfasi, ecolalie, tropi, climax: un considerevole apparato retorico sostiene il ritmo frenetico della copula.

La frase scomposta, la parolina audace o l’oscena coprolalia, infrangono i limiti del quotidiano linguaggio della comunicazione. No, nulla si comunicano i partners se non quello che già i loro corpi palpitanti sanno ed esibiscono.

Come la bestemmia, il linguaggio sconcio (così lo chiama Bataille) sovverte l’ordine naturale delle cose frantumando il divieto di indicibilità che convenzioni e regole sociali hanno consolidato a danno del piacere.

Gli amanti si invocano, si chiamano, si implorano e con la loro voce cercano quel luogo oltre il proprio corpo in cui convenire, convergere e ritrovarsi. C’è un appuntamento al quale entrambi non vogliono mancare.

Un’ambita meta è lo scopo e la destinazione. “I cum, cum!”, “Ci sono, vengo!”, si urlano nella foia dell’orgasmo, mentre ancora una volta la loro voce comanda e accompagna l’evento. Ma che desolazione, che tristezza dopo gli spasmi, i sussulti e i sospiri, scoprire che quell’agognato posto è vuoto e non c’è nessuno che li attende.

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