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Che l’arte sia sempre stata considerata il nobile riflesso di un trito naturalismo, è espressione che appartiene all’aneddotica del passato. La triste illusione che, in generale, l’arte serva a qualcosa o a qualcuno, che rappresenti, illustri, descriva una realtà i cui contorni, tra l’altro, lentamente svaniscono, è durata fin troppo. In verità si è tanto insistito sull’argomento che adesso non vi è rimasto alcunché di interessante.

L’oggetto, la natura, l’uomo, si sono rivelati superflui all’arte. Per questa, «Il pianto e il riso sono esteticamente una frode», come crudelmente sentenzia Ortega y Gasset. La disumanizzazione dell’arte su cui, nell’omonimo saggio, egli tanto si dilunga, è proprio la constatazione di questo spregiudicato disinteresse dell’arte per l’uomo.

Rinunciando alla rappresentazione, ai trucchi, ai rimandi allegorici, ai giochi di prestigio degni di astuti illusionisti, l’arte finalmente si mostra per quello che è. Cosicché Cage cronometra il silenzio delle sue composizioni; Pollock numera o misura i supporti su cui lascia gocciolare i suoi chiassosi colori; Man Ray, prevedendo stupide e inutili domande sul significato del film da lui stesso concepito e diretto, lo intitola Emak Bakia, una inequivocabile espressione basca che significa “non seccarmi”.

Insomma, l’arte si schermisce, si allontana, prende le distanze dall’uomo dal quale non può più ricavare nulla. «Nella nostra epoca», profetizza Man Ray, «(…) sembra irrilevante e futile creare ancora opere la cui unica fonte di ispirazione siano le emozioni e i desideri individuali dell’uomo.» (M. Ray – L’epoca della luce).

L’arte contemporanea fa tabula rasa della specie umana. I dispositivi neotecnologici ne autorizzano la scomparsa. La macchina, il congegno elettronico, la rete, prendono il posto di ciò che un tempo era dominio di un soggetto in carne ed ossa, carne e ossa che oggi, probabilmente, interessano soltanto la medicina e i vermi.

Come Merce Cunningham fa muovere i suoi ballerini su scene in cui la musica è spesso completamente assente (Beachbirds for Camera, Walkaround Time, Changing Steps), così l’arte contemporanea familiarizza con un mondo che ha definitivamente chiuso con l’uomo e con l’oggetto. Un senso di pacifica rinuncia, di serena inutilità, la elevano finalmente a manifestazione di qualcosa di assoluto ed eterno. Essa evita costantemente di farsi rappresentare da quella oggettualità consolidata dal nostro quotidiano cui Baudrillard frequentemente si richiama (Il sistema degli oggetti, Lo scambio simbolico e la morte, Le strategie fatali). Elude ogni riferimento all’oggetto d’uso comune per ritirarsi, finalmente, in quella incontaminata radura dell’intelletto.

Tuttavia, pur negando l’oggetto, l’arte non fa che crearne di nuovi. Ma qui lo scarto è incolmabile. Ciò che l’arte contemporanea produce, non sono veri e propri oggetti ma cose che interrompono qualsiasi rapporto di utilità con chi ne usufruisce. Queste cose ormai hanno definitivamente perso ogni sembianza con ciò che tutti i giorni è sotto i nostri occhi, con quella indistinta e pullulante massa di oggetti che è il nostro costante e funzionale riferimento d’utilità. I nuovi oggetti dell’arte sono completamente inutili e inutilizzabili.

Insomma, là dove persino Il Cenacolo di Leonardo serviva a coprire le candide pareti del refettorio di santa Maria delle Grazie a Milano o le Variazioni Goldberg di Bach ambivano a procurare il sonno all’ambasciatore di Russia von Keyserlingk, l’arte contemporanea oppone un rifiuto e una rinuncia. La rivincita dell’oggettivo sull’oggetto, dell’inutilità sull’efficiente, diventano così i suoi motti e i suoi meriti. Ma quest’arte sembra essere destinata ad un’altra epoca e ad un altro uomo, un homo novus forse ancora molto di là da venire.
Sì, i tempi cambiano. Ma intanto il cielo sembra promettere ancora sereno.

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Questo articolo è stato letto durante lo spettacolo La musica non ama le parole

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