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La solerzia con cui spesso si attribuiscono alla musica virtù che naturalmente le sono estranee, induce molte menti deboli a produrre lavori o a esprimere giudizi di una scandalosa e sconcertante vacuità. Il brusio molesto di certe considerazioni fatte a piena voce o il grafismo isterico di anonimi e sedicenti teorici, sovente dimenticano l’aspetto più importante della faccenda: la musica non ama le parole.

Dopotutto, è la smania interpretativa ad alimentare la fastidiosa chiacchiera che di volta in volta nasce intorno a un’opera d’arte. Senza un così chiassoso stimolo, questa imbarazzante pratica finirebbe motu proprio.
Ma per fortuna, l’opera è chiusa, serrata su se stessa, fortemente protetta da un’impenetrabile solitudine.

Così, tra la musica e la parola agisce una considerevole distanza. Piedi, miglia, incalcolabili chilometri le separano. Come per le Vite parallele di Plutarco, è solo la circostanza artistico-letteraria a renderle affini: null’altro le lega, niente le tiene insieme. E una solenne estraneità ne celebra il mistero.
La musica non ama le parole se non sono canto. Non ama l’insolenza del parlato o di qualsiasi discorso che intenda sottrarle lo scettro regale col quale essa impone le sue diaboliche leggi.

La musica tollera soltanto il verso misurato di un refrain, la sillaba pronunciata in accordo con i suoni, il soffio sottile di un’ugola leggera. Come un violento sbuffo di maestrale, essa ci rammenta i suoi severi comandamenti dinanzi ai quali timidamente chiniamo il capo. La parola le si affida con lo stesso candore con cui il discepolo segue il maestro. E come gli antichi pitagorici, spesso non fa domande.

La musica non ama le parole se non sono canto. Non ama le inutili ciance, il chiacchiericcio, il futile trastullo salottiero. Come ogni spasimo d’amore è flatus vocis, così l’introduzione al concerto, la didascalia o il programma di sala non sono che ridicoli esercizi di stile, vuoti accademismi. Tuttavia qui la parola non accampa pretese, fa quello che deve e ritorna in silenzio da dov’era venuta.

Si dice che Beethoven componesse a parole, che sul suo taccuino, anziché note, scrivesse frasi. Così, qualcuno chiedeva perplesso: «Cosa fa?», e mentre il maestro continuava i suoi nervosi appunti, un altro rispondeva: «Compone musica». Ma Beethoven amava un solitario grafismo. Scriveva parole di canti immaginari o per una musica che soltanto lui ormai sentiva. I taccuini sostituivano l’eco delle sue orecchie malate. Con la scrittura cercava di rievocare suoni che aveva perso per sempre. Adesso ascoltava soltanto con gli occhi.

Dicendo che il poeta – un musico in potenza – conosce il segreto della parola e il suo insondabile mistero, non si afferma nulla di nuovo. La rima, l’enjambement, l’anafora, l’ossimoro assecondano lo stupore e annullano la frustrazione che il parlato quotidianamente imprime alla voce ma, bisogna dirlo, la poesia non è ancora musica.

I sussulti del tenace Rousseau per le opere di Pergolesi sono certo legati ai melodiosi accenti della lingua italiana, eppure qualcosa gli sfugge. Ciò che egli non comprese mai, è che parlare è tutt’altro che scrivere, tutt’altro che cantare. Il suo agognato ritorno alle meravigliose sonorità di una lingua primitiva si sfascia proprio dinanzi all’impossibilità che il segno linguistico o la parola scritta assomiglino, una volta per tutte, al canto.

Insomma, la sua sfrenata convinzione che il linguaggio sia nato esclusivamente per esprimere i sentimenti, gli fa trascurare tutto il resto. Cosicché un Da Ponte non compone arie o cavatine semplicemente mettendo insieme endecasillabi o alessandrini. Non intreccia scene o sgrana versi distillando dello stupido sentimentalismo. Egli, invece, cesella preziosi monili che il solito Mozart musica divinamente.

È vero, si è detto che la musica non ama le parole se non sono canto. Ma, del resto, per il canto, non ci sono già gli usignoli?

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Questo articolo è stato letto durante lo spettacolo La musica non ama le parole

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