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La musica è retorica del suono. Chi ha lungamente praticato questi stessi impervi sentieri, non avvertirà alcun disagio ad ammetterlo. La ridicola definizione che un giorno mandammo a memoria per il piacere degli insegnanti “La musica è l’arte dei suoni…”, oggi non ha più alcun senso ed è stata definitivamente abbandonata al suo improbabile destino.

Tuttavia, quello che più di ogni altra cosa continua a destare il nostro interesse e ci tiene lontani da un’atavica letargia, un profondo sonno dogmatico, è l’incontro della musica con la parola, il connubio, cioè, di una retorica con un’altra.
Da questo incontro, nacque il nostro interesse per tutto quanto la moderna musicologia si è lasciata alle spalle con disprezzo e che invece oggi rimpiangiamo con nostalgia. Ci affascinò, insomma, rovistare tra i rifiuti, tra l’immondizia della trattatistica ufficiale per agire come avrebbe agito un rigattiere: accumulando scarti.

Ebbene, amammo la retorica con la stessa intensità con cui Platone la rifiutò, ma se dalla musica ci lasciammo rapire con voluttà e senza opporre resistenza, alla persuasione della parola sbattemmo le porte in faccia. Lo facemmo senza rimorsi non appena ci accorgemmo che la parola tentava di occultare meschinamente il carattere dispotico dei suoni, non appena sentimmo espressioni come musica sacra, musica leggera, orecchiabile, educazione musicale…

In compagnia di questo seducente cinguettio abbiamo iniziato il nostro apprendistato di musici ma presto ce ne liberammo. Scorgemmo gli spazi illimitati e senza confine oltre le grate della cella. Intuimmo, insomma, la possibilità di essere nuovamente schiavi, ma questa volta della verità.
Allora imparammo a riconoscere gli arditi accostamenti di un ossìmoro e gli sconcertanti abusi di una catacrèsi e ne facemmo bottino e scorta. In altre parole, apprendemmo come evitare le trappole del linguaggio tecnico-accademico.

Questo ci insegnò a non dare più credito alle miserabili fandonie, alle illusioni che, con pertinacia, vollero insegnarci imprimendo nelle nostre teste giovani l’irresponsabilità dei suoni organizzati e la pacifica bontà della musica. Con metodo, quindi, disimparammo anche il canto delle Sirene e il loro costante ritornello “La musica è innocente, la musica è innocente, …”, che prese il posto di quell’altro che un tempo suonava “Theòs anaìtios, theòs anaìtios.

Tuttavia, ancora oggi, ad esempio, si ode spesso una melliflua espressione: linguaggio musicale. A nostre spese abbiamo dovuto imparare che la musica non ha alfabeti. Stavamo per abbandonarci all’ebbrezza dell’ossìmoro ma, sul ciglio del baratro, scoprimmo anche che un linguaggio, senza alfabeti, non ha musica, e ci salvammo per un pelo.

Da simili esperienze abbiamo ricavato la convinzione, ormai accreditata, che la terminologia musicale vive di abusi. Si aggrappa a una lingua non sua come il vampiro alla giugulare della vittima che stringe a sé. Chi studiò questi abusi, li chiamò catacrèsi: il “collo della bottiglia”, il “piede della sedia”, il “braccio della gru” o i “denti della sega”, per esempio, sono tutte catacrèsi. Esse, cioè, sono tutte espressioni linguistiche che ricorrono a stratagemmi per colmare i vuoti di definizioni mancanti o dimenticate. Capriole da funamboli che la lingua mette in pratica per meravigliare chi ascolta e magnificare se stessa. Trovare parole, espressioni a sorpresa per non dire, come l’uxoricida de La sonata a Kreutzer di Tolstoj, che «(…) la musica a volte ha un effetto così terribile, così orrendo.»

Giustificare la musica e sottrarla alle sue responsabilità (“La musica è innocente, la musica è innocente…”), noi li chiamammo melodicèa. Sì, è vero, ci vennero in mente Leibniz e i suoi Saggi di teodicèa. Il suo metodo astuto ci soccorse prima che fosse troppo tardi.

Dalla melodicèa, dunque, ci tenemmo alla larga evitandola come si evita il lebbroso. Ad essa preferimmo piuttosto Nietzsche l’auleta e l’esatto contrario di ciò che, in Aurora, fa dire ad una sua controfigura: «Io non posso più stare ad ascoltare Lei [la musica]! Preferisco piuttosto farmi ingannare dieci volte che sapere una volta la verità alla sua maniera!»

Ma è proprio così, invece, che noi ci sforziamo di conoscere e apprezzare la musica: con rinunce e senza altri intermediari. Esasperati, sfiniti, coi nervi a pezzi, ma nessun’altra verità vogliamo sfiorare e a nessun altro inganno prestiamo le nostre orecchie se non a trilli, arpeggi e mani tremanti su tastiere d’avorio.

Una postilla. Anche il linguaggio medico-scentifico ha le sue vertigini e i suoi inganni. Esso si serve di una legge sull’accento che non è scritta. Questa segue principi esclusivamente psicologici e riguarda per lo più i termini parossitoni, le parole ad accentuazione piana. Essa fa la differenza tra la vita e la morte. E non è poco.

Si prestino orecchie a questa musica: «Anemìa… Leucemìa… Porfirìa… Distrofìa… Carcinòma… Blastòma… Epiteliòma… Poliomielìte… Difterìte…». L’accento asseconda il canto, la musica culla l’animo e perfino la morte cinguetta come un usignolo.

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