per soli, coro, quartetto "jazz", attore e orchestra
di Vincenzo Liguori • (1998)

La Cantata dei Fantocci è un requiem mancato.
Essa, infatti, pur ricalcandone la struttura e l’impostazione nella canonica divisione in sezioni, si distingue dal requiem per la puntuale inserzione di versi profani tra i cosiddetti testi liturgici, per l’assenza di qualsiasi riferimento a eventi drammatici o luttuosi e per la dichiarata destinazione non-liturgica.
Il titolo dell’opera trae spunto dai primi versi di una poesia di T.S. Eliot The hollow men (Gli uomini vuoti), in cui, alludendo alla somiglianza dell’uomo con il fantoccio dalla testa impagliata, in una impietosa successione di immagini poetiche, si cantano l’inutilità e l’insignificanza della sua esistenza; esistenza nella quale l’uomo-fantoccio, impotente e incapace di reagire agli eventi, non fa che chiedere aiuto o, alla sua maniera, invocare pietà a Dio.

Sotto l’aspetto puramente tecnico, la Cantata propone una fusione tra la tradizionale sacralità sostenuta dall’uso dei testi liturgici della Messa per i defunti, cantati in latino così come nei medievali canti gregoriani e la più originale laicità espressa nell’utilizzo di frammenti di poesie o di testi di autori quali Eliot, Maeterlinck, Brecht e Benda evidenziandone, altresì, talora lo stridente contrasto talaltra la sorprendente integrazione delle due distinte dimensioni. Sul piano strettamente musicale, l’opera è densa di richiami a melodie, cadenze o passaggi armonici puramente modali che, affiancati ad espressioni sonore più moderne (ma allo stesso tempo così antiche) come il blues o il jazz, colloca il significato della medesima in un universo lato, aperto e senza confini né storici né artistici. La sua partitura, invece, accanto ai tradizionali coro e orchestra, prevede un “quartetto” dal quale emergono il timbro di un sax solista, più due voci (una maschile, l’altra femminile). Il gioco di intersezioni, fusioni e contrasti tra i due distinti gruppi strumentali, serve lo scopo di assecondare ora lo iato, ora l’intimo rapporto linguistico-semantico dei testi che o il coro, o i solisti, o entrambi, intervengono a cantare.

Ad una voce recitante che legge frammenti di un testo di Julien Benda (Il rapporto di Uriele) ed una poesia di Bertolt Brecht (Commiato), infine, è affidato il “gravoso” compito di commentare ed ampliare, sui generis e con il tono di un saccente intruso, l’indagine sulla realtà e la condizione esistenziale degli uomini-fantoccio.

[V. L.]

coro: Mystryum Vocis
dir. coro: Rosario Totaro
voci soliste: Daniela del Monaco (alto), Rosario Totaro (ten)
quartetto "jazz": Antonio Graziano (sax), Gianni Gambardella (pianof.), Antonio Pepe (contrab.), Renato De Angelis (batteria)
orchestra: I Symphoniaci
dir. orchestra: Francesco D'Ovidio
attore: Ciro Pellegrino

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 Registrazione dal vivo effettuata a Villa Bruno - san Giorgio a Cremano (NA), il 5 settembre 1999.