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L’intimità dell’amore ha un insolito riflesso nella lingua ebraica dei patriarchi. Essa è di tale commovente bellezza che, come un bocciolo, se ne può stare raccolta nella brevità di un singolo verso e fiorire non appena gli occhi del lettore ne accarezzano la delicata superficie.

Nella lingua aspra degli Ebrei, l’amore e la compassione hanno il suono del verbo rachàm. In tutta la Scrittura Sacra lo si legge 45 volte. È «come amore di padre verso figli» (Sal 103, 13); come quell’affetto perenne (chèsed ‘olàm) che il dio d’Israele rinnova a Gerusalemme nel superbo inno di Isaia al capitolo 54; o come quella compassione rifiutata ai “figli di prostituzione” nei versi infuocati di Osea, dove la negazione dell’amore diventa addirittura nome proprio, Lo-Ruchàmah (Non-Amata), della secondogenita del profeta avuta dal matrimonio con la meretrice Gòmer (Os 1, 6).

L’ebraico biblico è una lingua che non predilige le astrazioni. Qualsiasi azione o atto deve possedere requisiti di concretezza e fisicità nonché la localizzazione in un punto preciso del corpo umano. Anche l’amore del verbo rachàm ha un luogo privilegiato nel corpo dell’uomo che, almeno per una volta, non è il cuore. È l’utero del sostantivo rèchem che ne rivendica la proprietà e l’appartenenza. La stessa radice consonantica del verbo che esprime amore, regge un sostantivo che ne coglie gli esiti. Cosicché l’amore di rachàm si chiude nell’uterina intimità di rèchem.

Un brillante uso di questo termine è incastrato lungo la commovente storia di Yosèf (Giuseppe), l’amato figlio di Ya‘aqòv (Giacobbe) abbandonato nel deserto dai suoi fratelli e fatto credere morto.

Quando giungiamo al verso 30 del quarantatreesimo capitolo di Bereshìt (In principio/Genesi), Yosèf, che grazie alla sua facoltà di interpretare i sogni è diventato il più potente dei ministri di Par‘ò (Faraone) d’Egitto, si trova al cospetto dei suoi fratelli che non ravvisano in lui il ragazzo di cui si erano colpevolmente sbarazzati. Egli è in piedi, davanti a Binyamìn (Beniamino), il più piccolo, l’ultimo degli amati fratelli che si prostra ai suoi piedi in segno di rispetto per la carica istituzionale che gli riconosce.

Quell’atto di riverenza e la famigliare visione provocano in Yosèf una commozione che non riesce a domare. L’intensità di quello spasimo è misurata in un verso che ne ha raccolto l’emozione e la bellezza: «E si affrettò Yosèf perché si scaldarono uteri suoi verso fratello suo […]» (Gen 43, 30). La commozione sfrega i sensi, li riscalda e un’intimità ne risente.

L’amore fraterno di Yosèf attraversa ogni parte del suo corpo e si deposita solitario negli “uteri suoi”, incapace di andare oltre. Nella stiva del suo grembo egli protegge l’amore di rachàm nei piccoli otri del suo rèchem.

Quel gruppo di Settanta (LXX) sapienti cui fu affidato il compito di tradurre dall’ebraico i libri della Toràh, non seppe rendere la stessa autentica commozione dei sentimenti. Il greco che essi parlavano asciugò il riscaldarsi degli uteri con un generico contrarsi “dentro di sé” (synestrepheto gar ta entera autou), confondendo la gracilità di un sentimento con una muta e imprecisata interiorità. Non fece alcuna differenza neanche il latino della Vulgata che immerse quell’amore in una sorta di bassa e ribollente visceralità (quia commota fuerant viscera eius).

Scrivere degli uteri di un uomo non provoca alcun imbarazzo a chi si esprime in una lingua che si ritiene essere l’idioma di dio. È quello stesso dio, infatti, che ne ha giustificato l’uso con le parole che sono impresse in un famoso verso di Bereshìt (In principio/Genesi): «E fece Elohìm l’uomo in immagine sua; in immagine di Elohìm fece lui; maschio e femmina fece loro» (Gen 1, 27).

Parole che non hanno paura di essere equivocate o fraintese: un uomo che in origine era anche femmina, che con essa era la stessa cosa, un’unica sostanza, può senza scandalo portare in sé l’accoglienza di un utero e l’eccitante, femminile sensibilità dell’amore.

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