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In ebraico il verbo nashàq (baciare) ha il suono dei baci.
Vi si ode lo schiocco di labbra contro altre, il suono cordiale dell’amicizia e dell’affetto. Vi si sente un’adesione sincera all’intimità di chi si offre al morbido contatto.

Eppure, la Scrittura Sacra è sterile di baci e non fa sfoggio di quantità. Non fa sprechi questa lingua asciutta e pesante. Nelle due sole volte in cui il sostantivo neshiqà (bacio) è adoperato (Ct 1,2; Pr 27,6), si capisce il perché.

Il dispendio di baci è nocivo, pericoloso, imprudente. Come sono ambigue le frasi pronunciate a denti stretti, così è infido lo spropositato affetto manifestato a labbra serrate.
Il bacio deve avere dei precisi requisiti e dev’essere di ottima qualità, come quello del memorabile esordio del Cantico dei Cantici in cui tuttavia appare una sola volta: «Baciami con baci di bocca sua» (Ct 1,2), di bocca buona, impastata con fragranze d’amore e col profumo dei cedri del Libano.

Le bocche degli amanti qui hanno altro da fare che incontrarsi in baci lunghi e ripetuti. Impegnate come sono ognuna a cantare le meraviglie e la gioia dell’altro, le loro labbra sono mosse dall’amore erotico dei sensi più che dalla voluttà dei baci. I loro fiati si incontrano in versi che hanno gli echi del desiderio più che quelli delle effusioni amorose.

La Scrittura Sacra si guarda bene dal dispensare baci a chiunque. Non si bacia chi non ne è degno, non si suona questa musica di neshiqòt (baci) con chi non ha pratica di franchezza e di onestà.

Anche i Proverbi ammoniscono a tal riguardo, e le parole che scrivono sono scolpite come un solenne comandamento: «Sono sincere (le) ferite di amante, e abbondanti (i) baci di nemico» (Pr 27, 6).

La strada tracciata dal verbo nashàq è breve e facile da seguire. Una pista porta dritta al capitolo 41 di Bereshìt (In principio/Genesi) e al verso 40. È il momento in cui Par’ò (Faraone) prende atto delle capacità di Yosèf (Giuseppe) quale interprete di sogni. Ne prende atto e lo ricompensa, oltre che con vesti di lino e ori, anche con questa frase: «Tu sarai sopra casa mia e sopra bocca tua bacerà tutto popolo mio (…)».

Il verbo dei baci qui domina tutto il verso, e il suono che diffonde è quello di un intero popolo che va incontro al giovane Yosèf schioccando labbra in segno di stima e gratitudine. È un coro quello che Par’ò chiama a raccolta. Egli vuole che tutta la terra d’Egitto oda quella straordinaria melodia di baci e d’amicizia, per questo pretende che sia un’umana moltitudine a intonare una sola musica e un solo verbo.

Tuttavia questa parola di insolita bellezza, esprime anche un altro funesto significato. Lo stesso verbo nashàq significa anche "armarsi" e il sostantivo che ne deriva, nèsheq, è “arma”. Contrariamente ai pochi, sparuti baci, i segni delle armi e della meschina ambiguità di una parola, sono un po’ dappertutto nella Scrittura Sacra.

Persino nella voce del salmista ne troviamo evidenti tracce quando invoca protezione per la sua testa, nel salmo 140, 8: «YHWH Signore rifugio salvezza mia, proteggi a capo mio nel giorno dell’arma». Hanno un’altra melodia le parole del salmista e suonano in una diversa tonalità. Nei versi dove si pianta la paura, non c’è posto per i baci. Lo schietto suono di neshiqà qui si perde nella fredda pronuncia di nèsheq, e i baci d’amore, di stima, di rispetto o d’amicizia si scollano dalle labbra per morire sulla lama affilata di un’arma.

Il bacio, dunque, ha come contropartita l’esibizione del ferro crudele, la sua musica sincera si mischia al tramestio della ferraglia che procura violenza, dolore e morte.
Lo seppe bene anche la scrittura che venne dopo questa e che parlò in greco, una lingua diversa, un idioma più colto e capace di accogliere altre mille sfumature. Essa ne tenne conto e non rimase estranea all’ebraica similitudine tra il bacio e le armi.

Per rendersene conto, si leggano Mt 26, 48-53; Mc 14, 44-48 e Lc 22, 47-50, versi densi di baci ma stracolmi di armi e di offese.

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